Quando avvengono delle dimissioni
che non solo chiudono un ciclo ma, per ammissione del diretto interessato,
chiudono una vera e propria epoca tra le più tormentate e discusse, arriva
comprensibilmente la fase dei bilanci e delle rievocazioni. Non sono stati
pochi gli opinionisti che, affrontando le pluridecennali vicende politiche di
Giorgio Napolitano, hanno rievocato la giovane partecipazione (cominciata nel
1942, quando il futuro Capo dello Stato non era neppure diciottenne) ai Gruppi
Universitari Fascisti e la sua collaborazione con la rivista «IX Maggio» a cui
seguirà una repentina (e per questo ritenuta opportunista) iscrizione a quanto
di ufficialmente stava più lontano dall’ambiente di regime, ossia il Partito
Comunista Italiano.
Una vicenda già bizzarra, che
assume però connotati quasi illogici se si pensa che la complicità entusiastica
nei confronti del fascismo ha riguardato una compagine innumerevole di
personaggi considerati successivamente (quasi sempre a ragione) degli
incorruttibili tedofori dell’ideale antifascista. Un aspetto discretamente
rilevante per capire un pezzo di storia del nostro Paese che, complice la
preminenza comunista nel mondo editoriale, ha ingiustamente trovato ben poco
spazio nel dibattito pubblico. Qualche squarcio lo apre il pur discutibile
Bettino Craxi in una delle sue ultime interviste-sfogo: «Cesare Pavese era
fascista, Vasco Pratolini era fascista. Montanelli, Bocca e Biagi hanno portato
tutti la camicia nera e non ne parlano mai. Io li chiamo gli extraterrestri…»
(ad essere onesti Montanelli lo ammise spesso, senza però riconoscere la
responsabilità di quella scelta).
***
Non molti ricordano, ad esempio,
che Carlo Cassola collaborò con la rivista «Anno XIII» di proprietà della famiglia
Mussolini. Oppure che Renato Guttuso era assai attivo nei convegni sulle arti
figurative fasciste, si aggiudicò il premio Bergamo e, alla fine, ricevette
25mila lire da parte del gerarca Bottai (la risposta di ringraziamento non
lascia spazio ad ambiguità: «Vi ripeto la mia gratitudine e il mio entusiasmo a
collaborare in “Primato fascista”»). Oppure che Vittorio Gorresio, discorrendo
sui giovani nazisti, scrisse «Così pregano gli ariani piccoli, ora che,
dissipato il fumo del rogo ove furon arsi i venticinquemila volumi infetti di
semitismo, l’atmosfera tedesca è più limpida e chiara» (sulla «Stampa», nel
1936, non si smentì: «Ringrazio Dio perché ci ha fatto nascere italiani ed è
con gli occhi lucidi che si sente nell’animo la gratitudine del Duce»). Oppure
che Carlo Muscetta faceva parte (con Giaime Pintor e Goffredo Bellonci) della
regia dei Littoriali. Oppure che Natalino Sapegno ricevette da Luigi Russo (da
che pulpito! Proprio lui che era stato iscritto al Pnf e in un suo libro si era
abbandonato in elogi nei riguardi del truce gerarca Farinacci!) l’accusa di «essere
andato in divisa della Gil a propugnare l’asse Weimar-Roma». Oppure che Ruggero
Orlando collaborava con la «Difesa della razza» suggerendo caldamente di «sposare
le rivendicazioni [della Germania nazista, ndr.] per ragioni di giustizia
sociale e di difesa civile». Oppure che Giorgio Bocca prima nel 1941 elogiava i
«Protocolli dei Savi di Sion» («Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non
convinti sono pochi», queste le sue parole, «la necessità ineluttabile di
questa guerra, intesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo
ebraico di porla in stato di schiavitù») sul settimanale della federazione
fascista di Cuneo «La provincia Granda», poi sulla stessa rivista nel gennaio
1943 si vantava spavaldamente di aver tirato un sonoro ceffone ad un pendolare
reo di essersi espresso denunciando la disfatta imminente dell’Italia in
guerra.
Oppure che Guido Piovene scrisse
nel 1938 sul «Corriere della Sera»: «Gli ebrei possono essere solo nemici e
sopraffattori della nazione che li ospita. Di sangue diverso, e coscienti dei
loro vincoli, non possono che collegarsi contro la razza aliena». Oppure che
Pietro Ingrao vinse il premio «Poeta di Mussolini». Oppure che Enzo Biagi
collaborò con «Primato», «Architrave» (organo del fascismo bolognese), il
«Resto del Carlino» fino quasi all’estate 1944 (con tanto di finanziamento da
parte del Minculpop), nonché con il celebre foglio antisemita «L’Assalto» (tra
le cui firme comparivano anche Giovanni Spadolini e Carlo Lizzani) dove
recensendo un film nazista concluse che «molta gente apprende che cosa è
l’ebraismo e ne capisce i moventi della battaglia che lo combatte». Oppure che
Giovanni Calendoli venne nominato capo ufficio stampa del Partito Nazionale
Fascista vantandosi delle sue idee antisemite. Oppure che Paolo Emilio Taviani
firmò nel 1936 un pezzo su «Vita e Pensiero» nel quale si annoveravano
affermazioni come: «L’Italia ha il suo Impero perché attua i principi
mussoliniani del vivere pericolosamente, del credere, dell’obbedire, del combattere».
Oppure che Ruggero Zangrandi coltivava l’amicizia di Vittorio Mussolini
considerando, in uno dei tanti scritti dell’epoca, che «solo un’Europa fascista
potrà scongiurare il pericolo che la minaccia: il comunismo». Oppure che Elio Vittorini
ricevette nientemeno che la qualifica di squadrista presente alla marcia su
Roma (nel 1942 figurava ancora nell’elenco dei rappresentanti della cultura
fascista al convegno nazista di Weimar). Oppure che Eugenio Scalfari (chiamato
affettuosamente dal gerarca Bottai «il mio Peppino») fu promosso nel 1942
redattore capo di «Roma fascista», nel quale scriveva cose del tipo: «Occorre
ritornare a quel pilastro centrale di tutta la costruzione fascista che si
chiama nazionalismo e verso il quale logicamente ci conduce la stessa
sistemazione corporativa». Oppure che Corrado Alvaro (romanziere apprezzato
dallo stesso Mussolini) lodò pubblicamente la costruzione di Littoria, si
aggiudicò il premio Mussolini dell’Accademia d’Italia della letteratura e,
dulcis in fundo, nel libro «Terra nuova» riconosceva al Duce una «straordinaria
umanità…una precisione che dava ai suoi atti quasi una chiaroveggenza…raggiante
come sempre quando si trovava davanti alla gente del popolo…». Oppure che Piero
Bargellini aderì al «manifesto della razza» lasciandosi andare a frasi del
tipo: «Uomini come Mussolini non hanno niente da invidiare ai Cesari, anche nel
fisico, anche nelle parole, anche nei gesti…». Oppure che Amintore Fanfani
approvò non solo il sistema corporativo, ma arrivò a raccomandare «la
separazione dei semiti dal gruppo demografico nazionale» nella prospettiva che «per
la potenza e il futuro della nazione gli italiani devono essere razzialmente
puri». Oppure che Norberto Bobbio era iscritto sia al Guf che al Pnf
(essenziale per proseguire l’insegnamento). Oppure che Cesare Pavese ammiccava
al nazismo. Oppure che Luigi Meneghello, stando a quanto scrive Mirella Serri,
vinse il primo premio ai Littoriali con un testo su «Razza e costume della
coscienza fascista». Oppure che Luigi Comencini non rinunciava a mettersi in
mostra in occasione dei Littoriali del cinema. Oppure che Alberto Lattuada ha
collaborato con «Libro e Moschetto», legato a doppio filo al Guf di Milano. Oppure
che Mariano Rumor spedì un suo saggio al «Popolo d’Italia» diretto dalla
famiglia Mussolini. Oppure che Giuseppe Ungaretti si definì «fascista in
eterno» partecipando con fervore a vari appelli inneggianti al regime. Oppure
che Aldo Moro asserì: «La razza è l’elemento biologico che, creando particolari
affinità, condiziona l’individuazione del settore particolare dell’esperienza
sociale, che è il primo elemento discriminativo della particolarità dello Stato».
Oppure che Benigno Zaccagnini ha redatto nel 1939 un articolo su «Santa Milizia»
che si scagliava contro «una eccessiva dilatazione dei confini razziali»
mettendo in guardia dal «non confondersi o mescolarsi con altre genti». Oppure
che Giuliano Vassalli nel 1939 partecipò ad un convegno di collaborazione
giuridica italo-tedesca con tanto di documento in cui si asseriva l’impegno a «difendere
i valori della razza con l’assoluta e definitiva separazione degli elementi
ebraici dalla comunità nazionale». Oppure che Davide Lajolo divenne funzionario
delle federazione fascista di Ancona non prima di essersi arruolato volontario
per andare a combattere in Spagna nella coalizione nazifascista. Oppure che
Pier Paolo Pasolini aveva partecipato nel 1942 al convegno di Weimar sugli
scrittori europei. Oppure che Piero Calamandrei, pur di conservare la cattedra
universitaria, giurò fedeltà al fascismo e, successivamente, strinse amicizia
col gerarca Dino Grandi. Oppure che Fidia Gambetti dirigeva diverse riviste di
regime (con la valida collaborazione di personaggi come Salvatore Quasimodo,
Mario Tobino, Lorenzo Viani, Libero Bigiaretti, Massimo Bontempelli, Filippo de
Pisis, Giorgio Bassani, Giorgio Caproni e vari autori, molti dei quali
destinati ad un avvenire nel Pci) fino a partire volontario per il fronte
russo. Oppure che l’Accademia del regime, notoriamente antisemita, annoverava
Giuseppe Ungaretti, Emilio Cecchi e Ada Negri. E tralascio, per pietà al
lettore, l’elenco sterminato di futuri antifascisti che collaborava attivamente
con la rivista «Primato» diretta dal gerarca Bottai.
La studiosa Ruth Ben-Ghiat
osservò che persino con la promulgazione delle leggi razziali «nessuno si
dimise dagli istituti e dalle accademie che i loro colleghi ebrei furono
costretti ad abbandonare, e pochissimi rifiutarono collaborazioni con giornali
ed enti impegnati nella propaganda antisemita o onorificenze e premi da essi
assegnati».
***
Un po’ più di rilevanza, dovuta
però soltanto alle rocambolesche avventure che contorneranno la vicenda, l’ha
avuta l’esperienza di Dario Fo. Il premio Nobel che sulle colonne del «Corriere
della Sera» accusava lo scrittore ex-militante delle SS Günter Grass con le
parole: «Io ho confessato il mio passato, Grass ha fatto male a parlare solo
oggi» dimentica non solo le querele che inizialmente riservava ai giornali che
osavano scavare sul suo trascorso repubblichino, ma anche le spudorate menzogne
raccontate per anni su un presunto doppio gioco messo in campo per agevolare la
Resistenza. Solo le sonore smentite dei testimoni dell’epoca (il suo istruttore
parà Carlo Mario Milani mise a verbale: «L’allievo paracadutista Dario Fo era
con me durante un rastrellamento nella Val Cannobina per la conquista
dell’Ossola, il suo compito era di armiere porta bombe») sia una sentenza del 7
marzo 1980 emessa dal Tribunale di Varese la quale sancisce: «È perfettamente legittimo
definire Dario Fo repubblichino e rastrellatore di partigiani» (una sentenza
priva di ricorso, quindi da considerarsi definitiva) lo costringerà di
malavoglia (in pubblico cerca sempre, infatti, di evitare l’argomento) a una
lieve confessione: «Non l’ho fatto per convinzione ideologica. L’ho fatto per
paura», disse in una rarissima occasione in cui affronta questo trascorso.
Pazienza se Ercolina Milanesi la racconta diversamente: il giovane Dario lo
ricorda «tronfio come un gallo per la divisa che portava e ci tacciò di pavidi
per non esserci arruolati come lui». Di tutta la storia una cosa è sicuramente
certa: Dario Fo si arruolò volontario per la Repubblica Sociale finendo prima
nel battaglione Azzurro di Tradate, e poi tra i paracadutisti del battaglione
Mazzarini.
Concludo l’excursus con le parole
dello storico Roberto Vivarelli, il quale evidenzia come gli italiani nel 1942
«ancora attendevano quanto meno senza turbamento una possibile vittoria
dell’Asse fascista, per la quale facevano la loro parte, uomini che poco più
tardi saranno figure di spicco della Resistenza: bastino, ad esempio, i nomi di
Giorgio Bocca, Davide Lajolo, Giovanni Pirelli, Giaime Pintor [il quale nel
1941 aveva ammirato su «Primato» «l’adorazione della guerra come modo di vita e
di conquista di un mito a cui sorreggersi dei buoni soldati del Reich», ndr.],
Nuto Revelli. Solo di fronte al drastico rovesciamento della situazione
militare, solo come reazione all’incalzare di eventi bellici che facevano
ritenere come ormai inevitabile la sconfitta dell’Italia fascista e della
Germania nazista, il sentimento pubblico subì da noi un sempre più rapido
cangiamento, sicché all’indomani del 25 luglio la maggioranza del paese si
scoprì e si dichiarò antifascista».
Di certo l’opportunismo è un
fenomeno che contraddistingue gli italiani nella storia (Giorgio Bocca, nel suo
monumentale volume «Storia dell’Italia partigiana», calcolò che all’inizio del
1944 si contavano non più di 15mila partigiani, destinati a diventare 80mila
nel marzo 1945, 130mila nell’aprile 1945 e 250mila dopo la Liberazione), ma
muovere una simile accusa a persone che di lì a qualche mese avrebbero
addirittura rischiato la vita (e talvolta la persero) in nome della libertà
appare profondamente ingiusto. Parlare di costrizione in certi casi non è
sufficiente: nessuno ti costringeva a collaborare con riviste del regime.
Bisogna allora ammettere che la gran parte dei personaggi sopra citati nutrisse
sincero apprezzamento nei confronti del fascismo. Colpa dell’educazione? Colpa
di un disagio collettivo verso i valori liberali? Colpa di una convinzione che
vedeva la democrazia come un vecchio rottame? Colpa di una visione del fascismo
come risolutore delle ingiustizie sociali (in fin dei conti il programma del
1919 presentava connotati tipicamente di sinistra)? Un dibattito che sarebbe
auspicabile riprendere senza preconcetti ideologici.
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